«8. Gli inizi del principato neroniano sono ispirati programmaticamente e pubblicamente alla «clemenza» di cui l'imperatore fa un cavallo di battaglia e uno strumento della sua politica. Poniamo pure che Nerone celasse sotto il velo ipocrita della «clemenza» la sua vera natura: non era ugualmente il caso di sconfessare così clamorosamente, fin dai primissimi mesi, questa politica con un delitto tanto odioso quanto prematuro, inutile e plateale. E con che faccia Seneca avrebbe potuto scrivere, poco dopo, il De clementia, dedicato esplicitamente all'imperatore, se Nerone fosse stato davvero l'assassino di Britannico? Tutta Roma gli avrebbe riso dietro.
9. Nerone aspetterà otto anni prima di eliminare pretendenti dinastici ben più pericolosi di Britannico, perché adulti ed effettivamente «golpisti», come Rubellio Plauto e Cornelio Silla; e lo farà solo dopo che il nuovo prefetto del pretorio, Tigellino, lo ebbe convinto, non senza ragione, a riesaminare certi episodi in cui i due erano rimasti coinvolti in precedenza e ai quali l'imperatore non aveva dato importanza. Il Nerone diciassettenne non è strutturato psicologicamente per un delitto del genere. Fino ad allora non aveva fatto male a una mosca ed è proprio in questo periodo che la semplice firma di una condanna a morte gli dà il voltastomaco. Inoltre a quell'epoca Nerone non è ancora attaccato al potere, tanto che, proprio poco prima della morte di Britannico, è disposto a lasciarlo pur di poter sposare Atte.
10. Poco tempo prima il cavaliere Giulio Denso era stato denunciato perché sospettato di complottare per portare Britannico sul trono. Quale migliore occasione per sbarazzarsi per vie legali, e quindi in modo «pulito», del fratellastro o, quantomeno, per preparare un terreno favorevole al delitto? Invece Nerone rigettò la denuncia. Non volle nemmeno riceverla. (11)
Tutto quindi sembra escludere che Nerone abbia ucciso Britannico. (12) Cosa del resto negata anche dalle fonti antiche non romane, e quindi meno ostili all'ultimo discendente dei Giulio-Claudii, come Plutarco il quale, pur facendo una bella lista dei delitti dell'imperatore, non nomina l'avvelenamento di Britannico, e come il giudeo Flavio Giuseppe.
Con tutta probabilità Britannico morì per un aneurisma, come a volte succede nelle crisi epilettiche: i sintomi descritti dalle fonti corrispondono. (13) Il ragazzo soffriva di «mal caduco» da sempre ed era di costituzione debolissima (il padre lo aveva generato quando era già anziano). Era stata probabilmente questa la ragione per cui Claudio, pensando alla successione dell'Impero e avendo poca fiducia nel futuro del figlio, lo aveva di fatto sacrificato adottando Nerone.
Ma se proprio si vuol vedere nella morte di Britannico un delitto è altrove che bisogna cercare. In quei primissimi mesi di regno la lotta, spietata, per il potere si svolge fra Agrippina e Seneca, Nerone è ancora un personaggio secondario (14) che i due pensano di poter manovrare a piacimento. E sia Agrippina che Seneca hanno qualche motivo per eliminare Britannico. Ben più scafati del giovane Nerone sanno che se Britannico, per la giovanissima età, non rappresenta ancora un pericolo, lo potrebbe diventare in futuro. Inoltre ognuno dei due (più Agrippina che Seneca, per la verità) può temere che l'altro strumentalizzi il figlio di Claudio ai suoi danni. E sia Agrippina che Seneca non erano nuovi al delitto, poiché erano stati complici nell'assassinio di Claudio.»
«2 Tacito, Annali, XIII, 14.
3 Ibidem, XIII, 16.
4 Verrà ripresa da Racine net suo Britannicus, V, 5.
5 E. Paratore, Tacito, op. cit., pp. 83-84 e 792.
6 Vedremo meglio questa complessa questione piil avanti, p. 153.
7 Cfr. E. Volterra, lstituzioni di diritto privato romano, Edizioni Ricerche, Roma 1960, pp. 74, 113, 114. In epoca arcaica il raggiungimento della pubertà, e quindi della maggiore età, veniva accertato caso per caso con un'ispezione corporale. Ibidem, p. 91.
Tacito, Annali, XIII, 21.
M. Grant, op. cit., p. 47.
10 G. Roux, Neron, Parigi 1962. Abbiamo fatto anche noi una verifica al Centro tossicologico di Niguarda (Milano): l'affermazione di Roux è corretta.
11 Tacito Annali, XIII, 10.
12 In questo senso E. Paratore, Tacito, op. cit., pp. 84, 99; Un evento clamoroso nella Roma di millenovecento anni fa, op. cit., p. 504; M. Grant, op. cit., p. 46; E. Cizek, L'époque de Néron et ses controverses idéologiques, Leida 1972, pp. 39, 89. G. Roux, op. cit.; A. Weigall, Neron, Parigi 1931.
13 E. Paratore, Un evento clamoroso nella Roma di millenovecento anni fa, op. cit., p. 504.
14 M. A. Levi, Nerone e i suoi tempi, op. cit., p. 10; E. Paratore, Un evento ciamoroso nella Roma di millenovecento anni fa, op. cit., p. 504.» «Nessuno storico serio, né antico né, tantomeno, moderno, (1) ha mai sostenuto che Nerone abbia incendiato Roma. Nel libro XV degli Annali, che peraltro ci è pervenuto in una tarda copia dell'XI secolo, (2) quando la leggenda «Nerone incendiario» si era ormai consolidata e che quindi può essere stata oggetto di manipolazioni, Tacito si limita a riferire che a Roma corse voce che ad appiccare il fuoco fossero stati uomini dell'imperatore. Però, man mano che il racconto si snoda, appare evidente come Tacito non creda a queste dicerie e consideri l'incendio dovuto al caso. (3) Scrittori e storici contemporanei o quasi contemporanei di Nerone, anche se fortemente ostili all'imperatore, come Cluvio Rufo, Flavio Giuseppe, Marziale, lo ritengono del tutto innocente. (4) L'accusa formale a Nerone di essere l'ispiratore dell'incendio viene formulata, settant'anni dopo i fatti, da Svetonio e rinforzata, un secolo più tardi, da Dione Cassio che riprende Svetonio. È interessante notare come le affermazioni degli storici antichi si fanno sempre piu precise, circostanziate e perentorie man mano che ci si allontana dagli avvenimenti. Quella che per Tacito è solo una diceria, per Svetonio diventa una certezza e, addirittura, una sorta di spavalda, proterva, oltre che frivola, autoaccusa dell'imperatore: «Nerone affermò che la vista delle vecchie e orribili case e delle strade strette e tortuose offendeva il suo occhio, e perciò fece incendiare la citta ». (5)
Per Dione il mostruoso disegno dell'imperatore è del tutto evidente: «Nerone voleva realizzare il piano che aveva sempre avuto in mente: distruggere Roma e il suo Impero durante la sua vita». (6)
Ancora più singolare è che i primi autori cristiani, che pur avevano tutto l'interesse contrario, ignorino completamente la storia di «Nerone incendiario». Un paio di decenni dopo la morte di Nerone, prima quindi di Tacito e Svetonio, il vescovo di Roma, Clemente, scrive ai suoi compagni di fede di Corinto parlando delle persecuzioni subite dai cristiani, ma non fa alcun cenno a Nerone come autore dell'incendio. Ma anche Tertulliano, che è attivo a cavallo del II e III secolo, e Lattanzio, che scrive agli inizi del IV, entrambi, quindi, dopo Tacito, pur occupandosi a lungo del principato di Nerone e accusandolo di essere stato il primo persecutore dei cristiani, non raccolgono la voce che abbia incendiato Roma. Vandenberg avanza l'ipotesi che Tertulliano e Lattanzio conoscessero il testo originale di Tacito e che questo dovesse essere ancora più esplicitamente innocentista delle copie che ci sono giunte. (7) (Svetonio godeva scarso credito anche allora, tanto più presso i cristiani dato che l'autore delle Vite dei Cesari annoverava la loro persecuzione fra i pochi meriti di Nerone.)
Il primo storico cristiano che accolla a Nerone l'incendio è Sulpicio Severo che, nella sua Chronica, agli del V secolo, scrive: «Egli scaricò la sua orribile colpa sui cristiani, che pur essendo innocenti dovettero subire terribili sofferenze». Vandenberg suppone che questa interpretazione di Severo sia stata inserita dai copisti cristiani nel testo di Tacito e che, da quel momento, Nerone sia diventato, nella tradizione storica cristiana e nella vulgata, «l'incendiario».
Ma al di là di questo excursus fra gli storici antichi, pagani e cristiani, che già di per sé fa sorgere molte perplessità, i più solidi argomenti per escludere che Nerone abbia incendiato Roma stanno altrove.
1. Le motivazioni attribuitegli sono del tutto inconsistenti. Si dice infatti - ed è l'unica ragione che si porta — che Nerone voleva trovare spazio per il suo nuovo, fantastico palazzo, la Domus Aurea e ridisegnare la città secondo i propri gusti. Si confonde, evidentemente, la causa con l'effetto e si addebita a Nerone, come prova della sua colpa, quello che fu invece un suo merito: l'aver ricostruito Roma molto piu bella, secondo criteri urbanistici piu razionali, pitt funzionali, adottando, oltretutto, una serie di intelligenti misure antincendio per metterla al riparo, per quanto possibile, da una catastrofe come quella che aveva subito. Inoltre, se Nerone voleva trovar posto per la Domus Aurea non avrebbe fatto appiccare il fuoco in una zona molto distante dall'area interessata. (8) Infine l'imperatore non aveva alcun bisogno di ricorrere a questi mezzi estremi per realizzare i propri progetti urbanistici: gli espropri immobiliari a fini di pubblica utilita esistevano anche allora e il capo dell'Impero, monarca quasi assoluto, aveva, per farli attuare, mezzi certamente superiori e più persuasivi di quelli di un attuale sindaco.
2. Se fosse stato Nerone a incendiare Roma non si capisce proprio perché, poi, si sia dato tanto da fare per spegnere il rogo e soccorrere le vittime.»
Continua...





) da pensare che il divenuto celebre equino potesse dare consigli o esprimere opinioni.











































