Copio qui l'ottimo sunto di tematiche e problemi di collocazione che Lauro ha sintetizzato per la sua recensione dell'opera completa di Romanzi - Bernanos Georges - Libro - IBS - Mondadori - I Meridiani


"Sfugge, ancora oggi, il personaggio Bernanos a inquadramenti rassicuranti e precisi. Posizioni monarchiche e antisemite mai rinnegate; pamphlets di grande vigore contro tutti i fascismi; prediche contro la modernità, il denaro e le componenti materialistiche e autodistruttive delle democrazie moderne. E, comune denominatore, un cattolicesimo senza compromessi e scorciatoie, convulso e insieme lucido, capace sia di aspre polemiche con colleghi vicini (sfidando anche la protervia di Paul Claudel) sia di opporre tranquilli e ripetuti rifiuti a invidiabili riconoscimenti (Legion d'onore, Académie Française).

Il romanziere non è meno complesso. Nella sua introduzione al Meridiano (uscito per il cinquantenario della morte e curato egregiamente da Paola Messori e Gabriella Mezzanotte), Carlo Bo confessa la difficoltà di innestare Bernanos in un'area ben definita del Novecento francese, ivi compresa quella cattolica; e forse a questa estraneità a un contesto - continua Bo - si deve la progressiva, ingiusta disattenzione dei critici verso la sua opera (che, però, intorno agli anni cinquanta aveva radunato difensori convincenti come Picon e Béguin).

Il fatto è che certamente nessun letterato cattolico di quegli anni ha tentato di rappresentare l'antagonismo tra il bene e il male con la sofferta radicalità di Bernanos. La massima biblica "il Signore vomita i tiepidi", che circola in un paio dei suoi romanzi, potrebbe essere l'esergo di tutta la sua coerentissima produzione, dove i credenti moderati con i loro piccoli tornaconti e le aspirazioni alla tranquillità non ricoprono, come in Mauriac (che è un compiaciuto diagnostico del peccato) ruoli primari.

La centralità nelle prove più significative di Bernanos è sempre destinata a un prete (donde la definizione di Béguin: "romancier sacerdotal"). Si potrebbe quasi dire che l'abbé Donissan del primo romanzo, Sous le soleil de Satan (1926), attraverso una serie di variazioni trasmigri nelle vesti del curato di Ambricourt del Journal d'un curé de campagne (1936) e poi in quelle del curato di Fenouille di Monsieur Ouine (1943). Anche i luoghi delle loro missioni si ripetono: le parrocchie delle campagne francesi, abitate dalla monotonia dei ritmi di provincia, divorate da una "noia" in cui possono compendiarsi egoismo, diffidenza e crimine. La "sovrumana dignità" della vocazione - come apprende il curato di Ambricourt - è sempre a un passo dal ridicolo, un ridicolo che non avrebbe speranza alcuna di indulgenza tra i fedeli. La forza di cui devono munirsi quotidianamente questi disgraziati eroi bernanosiani è dunque una forza immensa, degna di un destino eccezionale. Non particolarmente colti, di origini rurali, armati della tormentosa preveggenza che i loro simili siano soprattutto la posta in gioco di un conflitto perpetuo tra i principî del bene e del male, essi serbano, malgrado tutto, un punto di vista puro e ingenuo sulle cose che è quasi un'autodifesa naturale (retaggio d'infanzia che ha spesso ricordato l'"idiota" di Dostoevskij).

Ma nel Journal d'un curé de campagne molte, lucide e assillanti sono le consapevolezze del tremendo percorso, i bilanci di sé, i timori degli accomodamenti troppo facili: si diffida degli ornamenti letterari nelle prediche come della meccanicità della preghiera ("specie di vaniloquio"), persino dei sentimenti di dubbio e avversione di sé (forse la forma "più delirante" di orgoglio) e dei possibili stati di estasi ("non c'è niente di più facile che arrampicarsi fin lassù"). Non esistono punti di arrivo o di quiete.

E poi c'è la lotta col male ("questa enorme aspirazione al vuoto"), che, per Bernanos, risiede in qualsiasi colpevole indifferenza al problema, nell'insidiosissimo "peccato contro la speranza". L'inferno è semplicemente "non amare più" e non a caso tutte le metafore infernali di Bernanos contraddicono la vulgata del fuoco e sono tutte spettralmente improntate al freddo e al gelo. E tuttavia nei romanzi questa estrema negatività riluce di una cupa grandezza di cui non c'è barlume negli assestamenti improntati alla indifferenza o alla convenzionalità. Nella scala delle temperature di Bernanos, il tepore è decisamente la condizione meno accettabile e più abbrutente.

Spesso le grandi urgenze tematiche dei romanzieri si condensano in una prima opera (o in una prima fase), offrendo successivamente delle ripetizioni, delle maniere.Non esattamente così in Bernanos. È pur vero che Sous le soleil de Satan contiene già la tremenda interferenza del sovrannaturale che conferisce a tutta la narrativa bernanosiana quella commistione artistica tra l'onirico, l'ellittico e il deformante; ma il tono pesantemente apologetico (Donissan è un vero e proprio santo: incontra il diavolo) e il ricco apparato di metafore ai limiti del barocchismo ne fanno un'opera flamboyante, più sconvolgente che realmente riuscita. È la stessa densità che compromette in parte gli esiti di prove successive, come La Joie (1929), viziata da una ipertrofia analitica che ne soffoca il ritmo e da qualche dostoevskismo di maniera. La conquista di una classica introspezione appartiene certo al Journal d'un curé de campagne: lo stile si stempera parallelamente alla caratterizzazione del curato di Ambricourt, assai più sfumata del blocco di santità che rappresentava Donissan. Per dirla con l'autore, da Corneille s'è passati a Racine.

Il romanzo più moderno di Bernanos sarebbe però giunto all'ultimo, dopo una decennale e tormentata gestazione: Monsieur Ouine.

Chi è Ouine? Ouine è un illustre professore di lingue a riposo, dalle linee del volto "semplici e pure", con un'"espressione di calma e lucida accettazione" che cela un raro dominio di sé, silenzioso e acuto osservatore delle anime altrui. Bernanos ce lo descrive serafico nella stanzetta in penombra "tappezzata di carta rosa" che i suoi ospiti gli hanno messo a disposizione, col suo "corpo grasso e fragile come quello di una donna matura", seduto sulla sponda del suo letto in ferro. Ma il soggiorno di Ouine coincide con una serie di turbamenti e di foschi delitti nelle campagne circostanti, che sembrano misteriosamente risalire a lui. Il romanzo però non è un giallo alla Simenon (come fu Un crime, del 1935) e non offre soluzioni. Resta il fatto che Ouine, nella sua dolciastra atonia, esercita un ascendente diabolicamente forte sulla realtà circostante e soprattutto su un adolescente dal cuore indocile, Philippe, che lo assisterà fedelmente sino alla morte.

Si è detto più volte che nel personaggio di Ouine sia ritratto André Gide, e già l'innesto di affermazione-negazione (oui/non) del nome evocherebbe la famosa "disponibilità" gidiana; Michel Raimond legge nel romanzo una parodia di I Falsari e il lettore comu-
ne può continuare a imbattersi in
- quanto casuali? - coincidenze volanti (Ouine ha un particolare interesse per i conigli russi; era buon amico di un certo signor Valéry, ecc.).

Ma, Gide o meno, Monsieur Ouine è davvero il romanzo sul male, in cui la noia dei parrocchiani può stavolta trasformarsi in furia lapidatrice (forse un ricordo dell'amato Barbey d'Aurevilly), e poiché il male coincide col vuoto Bernanos sfrutta, più che in casi precedenti, le ellissi, gli spazi bianchi; procede per allusioni e sottintesi, rinunzia al commento d'autore. Soltanto da spunti graduali e occasionali apprendiamo che non si è mai ottenuta da Ouine "una parola a favore o contro la religione"; che ha "uno sguardo sonnacchioso che sembra galleggiare a fior d'acqua, un'acqua grigia" ma che, nelle notti dei crimini, qualcuno lo immagina "sotto quei torrenti d'acqua, nel buio pesto, verso qualche meta conosciuta da lui solo". Chi lo conosce meglio dice che assorbe ogni splendore, ogni calore e che il suo "genio" è il freddo.

Per una volta, la figura del curato locale resta in secondo piano. Chi officia è il signor Ouine, motore immobile di ogni più piccolo accadimento, che nel risparmio di gesti e nell'economia di fervori è l'opposto dei santi bernanosiani, rinchiuso com'è nella propria lucidità invertebrata ("Come quelle meduse che vivono in fondo al mare, ondeggio e assorbo" dirà di se stesso). Se il fascino potenziale di questa ambiguità fu chiaro a Bernanos stesso, si spiegherebbero meglio dieci anni di rimandi e perplessità."


Ecco se vi ha incuriosito questo autore, e volete saperne di più o vorreste sapere da che romanzo iniziare per conoscerlo, chiedete pure, sono di fresca lettura dell'opera completa