LA CLASSE DIGERENTE
In una delle sue graffianti vignette, Altan ha disegnato la tipica donna opulenta, dall'aria distaccata e un po' cinica che è uno dei suoi segni preferiti, con la didascalia che le faceva dire:”il paese ha bisogno di riforme. Ma anche le riforme avrebbero bisogno di un paese”. Con una sintesi efficace ha colto il problema che si possono anche fare buone leggi, ottime riforme, ma se non c'è un paese che le applica, se non ci sono cittadini consapevoli che hanno interiorizzato la civiltà del diritto, servono a poco.
Ma può esistere un paese consapevole senza una classe dirigente di qualità? La risposta è negativa perché una classe dirigente inefficiente e senza sensibilità etica produce, a catena, cittadini poco efficienti e a loro volta rassegnati ed indifferenti alla corruzione.
….“È tutto un magna magna.” “La classe politica non rappresenta più i cittadini.” Non è un caso che, alle disfunzioni delle istituzioni, gli italiani reagiscano spesso con lamentazioni qualunquistiche di questo tipo. “È uno schifo, non se ne può più, lo stato è in mano a gente che è solo attaccata al potere, e io non ci vado più a votare.” “In questo paese non si può più vivere, io emigro.” Quante volte si sente ripetere questa litania, frutto di una comprensibile ma sterile reazione emotiva. Se c'è qualcosa che non va, la cosa più semplice e gratificante è prendersela con il potere: poteri forti o deboli, economici, politici e sindacali, caste e corporazioni, la COLPA DI TUTTO CE L'HA CHI HA IL POTERE. Facile ed auto-assolutorio esercizio quello di accollare tutte le ro responsabilità a qualcun altro, dimenticandoci che la democrazia prevede che responsabili si sia, in un modo o nell'altro, tutti noi cittadini.
Come tutte le voci popolari, però, anche queste lamentele non sono sprovviste di un fondo di verità, e sottintendono un bisogno di cambiamento. Con altre parole e con una fosca previsione si possono anche declinare così:”Se non avviene un mutamento profondo l'Italia ridiventa un paese povero”. Sono parole di Tommaso Padoa-Schioppa, che si è interrogato su quanto un paese caratterizzato da un'ambizione timida, come dice riferendosi alla nostra, sia in grado di darsi una classe dirigente in grado di invertire una tendenza negativa. Il suo allarme è legato alla qualità della nostra classe dirigente perché, dice, si tratta di persone le cui azioni “oltrepassano il confine del particolare, hanno un effetto generale e costituiscono un modello per i più”, ed è perché chi ne fa parte “rende conto soprattutto alla propria coscienza” e non ad una vigile, informata e severa opinione pubblica.
Si rifletta come, in tutti i settori, prevalentemente in quello pubblico ma anche in quello privato, venga selezionata in Italia la classe dirigente, con criteri che sono tutto fuorché meritocratici: cooptazione, fedeltà, clientelismo familiare o amicale, raccomandazione, scambio di favori, corruzione etc. Ne discendono inevitabilmente le seguenti conseguenze: l'occupazione della maggior parte dei posti di potere da parte di gente in genere mediocre, poco preparata, eticamente inaffidabile e disposta ad ogni compromesso pur di mantenere ed accrescere le posizioni raggiunte non grazie alle proprie qualità ma agli appoggi di cui ha potuto avvantaggiarsi; e, corrispondentemente, l'emarginazione o l'allontanamento dal Paese delle risorse umane intellettualmente e moralmente migliori ma prive di raccomandazioni.
È quindi necessario un mutamento, che deve essere soprattutto culturale, di costume perché il nostro è un Paese che non esporta materie prime, ha una struttura industriale fragile e, negli ultimi anni, ha visto ridursi progressivamente la presenza tanto dell'industria pesante quanto di quella ad alta tecnologia. Che la chimica e gli acciai li compriamo all'estero lo sappiamo da tempo ed è sufficiente dare un'occhiata agli aggeggi elettronici che usiamo ogni giorno – tv, telefonino, computer - per vedere che non ce n'è uno che abbia un marchio italiano. Recentemente stiamo perdendo posizioni anche nei settori agro-alimentari e della moda, che erano i nostri punti forti.
Né si può immaginare che, poiché abbiamo un immenso patrimonio naturalistico e la metà dei beni culturali del globo, basti il turismo a sostenere la nostra economia. Perché siamo male attrezzati, non abbiamo una vera tradizione di ospitalità e non ci facciamo buona pubblicità, per non parlare di come abbiamo ridotto buona parte delle nostre coste, che avrebbero potuto essere una fonte di ricchezza di ben altra portata. Per equilibrare l'importazione di materie prime, di semilavorati e di prodotti ad alta tecnologia, dunque, dovremmo esportare idee, know how, brevetti, disegno industriale. Ma per fare questo ci vogliono cultura e ricerca.
Se il futuro e la competitività del paese dipendono dalla iniziativa, dalla progettualità, dall'immaginazione, dalla cultura, appunto, della classe dirigente, è lì che dobbiamo concentrare l'attenzione. Perché la sensazione diffusa è che la nostra classe dirigente, più che dirigere il paese, se lo sia spartito, se ne sia divisa le risorse e le abbia utilizzate ai fini privati invece che per il bene pubblico. Che se lo sia mangiato, un po' per volta, e se lo sia tranquillamente digerito.
È vero che ci sono tanti imprenditori seri e di successo, ma le nostre imprese, che pure chiedono provvidenze, flessibilità e facilitazioni, investono pochissimo nella innovazione e nella ricerca. Vero anche che perfino tra i politici ed i pubblici amministratori ci sono persone con qualità morali e capacità professionale. Ma se un intero parlamento applaude chi, anche senza commettere alcun reato, rivendica il diritto alla gestione clientelare della cosa pubblica, come è accaduto non tanto tempo fa, viene spontaneo ripetere la battuta (il primo a coniarla pare sia stato Leonardo Sciascia) che la nostra, più che una classe dirigente, è una classe digerente.
E sia ben chiaro, dare tutte le colpe alla voracità della “classe digerente” è una semplificazione da respingere. Se politici, pubblici amministratori, professionisti ed imprenditori hanno accettato nel tempo un sistema di favori e di prebende, se abbiamo subito senza ribellarci la lottizzazione estesa dai dirigenti del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) fino all'ultimo portaborse, la nomina politica persino dei chirurghi che devono salvarci la pelle, la colpa è i tutti noi, che abbiamo tollerato passivamente.
Classe dirigente per definizione dovrebbe essere quella dei docenti universitari, la parte più colta e preparata del paese. Ma non c'è occasione in cui non si recrimini su un modello di cooptazione scandaloso, che promuove parenti e clienti e tiene alla larga dalle cattedre chi, pur essendo più preparato, non è interno al sistema di potere. È un terribile circolo vizioso che tolleriamo senza renderci conto che minaccia il futuro di tutti. Perché, senza principi meritocratici, si selezionano docenti che non sono in grado di formare studenti, di trasmettere conoscenza ed entusiasmo, e quindi di formare i docenti di domani, che a loro volta non saranno in grado di formare docenti e studenti. Un avvitamento verso il basso, intensificatosi dalla fine degli anni 60, che, se sarà ancora tollerato, peserà irrimediabilmente sul futuro dei nostri figli.
Senza un elevato e diffuso senso civico difficilmente un paese riesce a darsi buone classi dirigenti. Una buona classe dirigente non si costruisce a tavolino, con un decreto o con le buone intenzioni. È il risultato di un processo che rimanda al funzionamento di un intero sistema.
In passato la classe dirigente era costituita dall'alta e media borghesia, che aveva voglia di lavorare e non di vivere di rendita sfruttando le posizioni, sociali, economiche e politiche, acquisite nel tempo dalla famiglia o dal clan parentale di appartenenza. Chi, per intelligenza, intraprendenza ed ambizione, riusciva ad uscire dalla mediocrità ed emergere, poteva essere cooptato dai ricchi ed entrare a far parte della élite; gli altri erano poveri e basta. In democrazia, non dovrebbe essere un'élite di privilegiati a scegliere chi deve farne parte. Dovrebbero esserci regole il più possibile oggettive per stabilire le competenze e qualità necessarie, scuole pubbliche destinate alla selezione dei più meritevoli e concorsi rigorosi per accedere alle cattedre tecniche. Ma tutto questo non sarebbe ancora sufficiente a correggere il sistema essendo sempre possibile, data la nota ….creatività degli italiani in materia, aggirare le norme ed imbrogliare le carte. Perché non accada è necessario anche un esteso controllo sociale; e questo lo deve esercitare la cittadinanza tutta.















































