Una democrazia funziona quando i cittadini sono informati sui problemi che riguardano la collettività, e quindi hanno la possibilità e la capacità di decidere in base alle loro convinzioni, quando ci sono regole certe, ma soprattutto quando c'è un esteso controllo sociale. Senza controllo sociale la democrazia diventa un guscio vuoto, un fatto formale e non sostanziale. Diventa un simulacro, un'oligarchia travestita da parlamentarismo, una democrazia autoritaria, per usare un ossimoro escogitato dal politologo americano Fareed Zakaria.
Si va a a votare, ogni tanto, e poi tra un'elezione e l'altra si delega tutto ai rappresentanti eletti. Ma così si incentiva la costituzione, per l'appunto, di una casta. Le caste non obbediscono a criteri di democraticità, di competenza, di responsabilità e di trasparenza. Le caste si riproducono per cooptazione e la loro unica finalità è l'autoconservazione. Non si coopta il più bravo, che potrebbe divenire un concorrente temibile, né il più responsabile e tanto meno il più onesto, che potrebbero incrinare la solidarietà del sistema. Si coopta chi è più pronto ad obbedire, a chiudere gli occhi davanti ai privilegi o, peggio, alla corruzione ed agli illeciti. “Il boccaporto che conduce alla stanza dei bottoni è troppo spesso chiuso al merito e aperto a “yesmen” interessati, astuti, fedeli” (Carlo Carboni, “Élite e classi dirigenti in Italia” - Laterza 2007 p. XVIII).
Momento fondante della costituzione di una classe digerente, allora, diventa non il controllo della capacità, ma la verifica del conformismo dei candidati. Prima vediamo se siete disposti a dimenticare ogni slancio di autonomia ed oggettività di giudizio, e poi vi promuoviamo. Prima controlliamo che siate ben disposti ad obbedire, senza aprire contenziosi, a decisioni informate all'interesse privato e alle logiche spartitorie, e poi vi facciamo accedere alla stanza dei bottoni. Prima verifichiamo che siate pronti a piegarvi ai favori, alle “marchette” più umilianti; poi, quando per il fatto stesso di esservi piegati a operazioni poco pulite sarete ricattabili, si potrà darvi un posto nella nomenclatura senza rischiare che tradiate i principi omertosi che la sorreggono. E se questo alimenta l'accesso a posizioni dirigenziali di persone di modeste capacità, andrà anche peggio al momento della cooptazione successiva. Chi sa di valere poco, difficilmente sceglie collaboratori di qualità. Innanzitutto perché, insicuro, ha paura di mostrare la sua inadeguatezza, di essere colto impreparato e di fare brutte figure che metterebbero in discussione la sua autorevolezza. E in secondo luogo perché un collaboratore bravo toglie visibilità, fa ombra al capo e, se cooptato nei ranghi superiori, può fare le scarpe al suo dirigente con più facilità.
Il problema che segue è quello della propensione all'illegalità. Dice sempre Carboni: “nei casi in cui non esistano istituzioni in grado di (individuare e) punire le responsabilità di élite autoreferenziali e truffaldine, anche la società si adatterà con comportamenti semi-illegali” (Ivi, pag. XVI).
Ancora un' annotazione. Una classe dirigente mediocre, che non ha cultura, difficilmente può affermarsi se non utilizza sotterfugi furbeschi o pratiche illegali. Nel mercato assistito un imprenditore poteva trovare il modo di farsi sostenere dall'intervento statale, e magari guadagnare vendendo alle aziende pubbliche un'impresa decotta. Oggi l'ingresso in Europa e la liquidazione dell'IRI rendono più difficili queste manovre. Ed ecco che, non avendo né idee né cultura, alle volte si sopperisce con pratiche illegali. Perché, altrimenti, la più importante azienda telefonica (oberata di debiti) avrebbe dovuto organizzare una rete di intercettazioni che rischiava di trasformarsi in un esteso strumento di ricatto nei confronti di tutta la classe dirigente del paese?
Del resto, come si può produrre profitto se non si fa ricerca e non si è capaci di innovazione?
Ci si arricchisce destinando gli investimenti ad attività finanziarie speculative oppure dribblando leggi e regole. E questo riguarda politici come imprenditori, professionisti come funzionari pubblici. Ma quando le pratiche disinvolte si diffondono e l'illegalità è tollerata a livello di massa, non ci si può più lamentare se i politici si comportano come satrapi, la camorra può impedire la raccolta differenziata dell'immondizia e per costruire un'autostrada, una ferrovia, una metropolitana ci vogliono decenni con uno spreco di risorse indecente.
I politici ed i commessi dello stato vivono di clientelismo, rubacchiano, usano gli apparati dello stato per fare affari, per viaggi personali, per farsi portare pesce fresco in montagna, per spiare gli avversari politici? Tanto fanno tutti così. Se ci rassegniamo e non ci ribelliamo vuol dire che ci sta bene come vanno le cose. In tal modo evitiamo anche il rischio che non ci facciano più condoni e si scopra che siamo evasori anche noi e che abbiamo costruito una villetta sulla battigia o ampliato abusivamente una abitazione. In sintesi, siamo tutti quantomeno complici. Per uscirne bisogna che finisca la connivenza omertosa che ci lega e che è stata storicamente la tara di questo paese, dove i più furbi e i più spregiudicati riescono quasi sempre ad avvantaggiarsi sugli onesti, destando invidia e sotteso desiderio di emulazione invece di disapprovazione sociale.
Carlo Carboni calcola che la nostra classe dirigente sia formata da circa 17.000 persone. Ma annota anche che” la nostra élite appare una classe dirigente mediocre, inadeguata a gestire le sfide del mercato globale e della democrazia”, “carente nella guida del paese, maschile (….), con vistosi problemi di ricambio, poco meritevole, forte in consenso e debole in competenza”, e ricorda come molti opinionisti abbiano sottolineato la mancanza di senso di responsabilità delle nostre classi dirigenti verso la società nel suo complesso” (Carboni, Ivi 2007, pag. XII)
Ma siamo tutti noi ad avere accettato volentieri il pessimo esempio estendendo il criterio della raccomandazione ad ogni livello. Potendo, ci facciamo raccomandare per un ricovero, per essere operati dal medico giusto, persino per avere in tempi civili un'analisi clinica o un certificato. Accettiamo a priori il fatto che, nonostante i medici abbiano la stessa responsabilità morale sia che curino un mutuato o un cliente pagante, se ci curano privatamente saranno più solerti ed attenti.
E il pessimo esempio non riguarda soltanto la sfera pubblica: basta andare in una banca, agli sportelli di un gestore telefonico o in un grande magazzino per constatare che chi è conosciuto viene trattato con cortesia, mentre l'utente occasionale viene lasciato a se stesso, in lunghe attese, senza informazioni e trattato in modo scostante.
Le conseguenze di questo malcostume nazionale sono: la scarsa mobilità sociale, il lento ricambio della classe dirigente, la fuga dei cervelli, il prevalere delle conventicole e dei clan famigliari, la perdita di valori quali il merito, la competenza, la responsabilità. Il risultato è che “una società in cui pochi hanno la speranza di veder migliorare il proprio livello di vita è una società immobile (…). Una comunità che si abitua, per fatalismo o opportunismo, alle ingiustizie ed ai privilegi è una comunità povera, non solo spiritualmente, ma anche economicamente” (Giovanni Floris, “Mal di merito” Rizzoli, Milano 2007, pag. 41).
Anche una comunità che spreca, ottunde le menti migliori. Perché, oltre a chi emigra, c'è chi semplicemente perde slancio, non si confronta con le sfide che vede già perse in partenza. E allora si adagia sulle professioni ereditarie, ricorre ad ogni trucchetto, legale o illegale, per trovare una nicchia protetta in cui vegetare, “tirare a campà”. Accetta lavori poco gratificanti per evitare la mortificazione di doversi piegare a servilismi o marchette, di dover chiudere gli occhi davanti alla piccola o alla grande corruzione. E magari si adatta a rimanere il più a lungo possibile nel seno caldo della famiglia, senza rivendicazioni di autonomia e di libertà personale, a svolgere il ruolo del “bamboccione”.
Riecco dunque la necessità del profondo mutamento di cui parlava Padoa-Schioppa: non si tratta soltanto di recuperare i princìpi della legalità e del merito. Cose importantissime ma non sufficienti. Quello che ci manca è la consapevolezza del fatto che, se non ci impegniamo per lo sviluppo e la ricerca, in breve tempo questo ci renderà tutti e in particolare i giovani e le future generazioni più poveri. Per agire in questa direzione bisogna che venga selezionata una classe dirigente che sia animata da una sorta di religione civile, dalla convinzione che il bene collettivo sia più importante dell'interesse privato, che abbia uno spirito etico e faccia un uso critico dell'intelligenza. Se guarda solo all'utile immediato, all'interesse personale, di casta o di corporazione, prevale la furbizia non l'intelligenza. E se i dirigenti non guardano lontano la loro miopia finirà per chiudere la speranza di un futuro migliore per i loro stessi figli.















































