Ancora una volta il problema principale è la crescita della cultura complessiva del paese. In tutti i sensi, come tutti noi dinosauri andiamo pensando da tempo. Siamo convinti che difendere una scuola che promuove senza merito, un sistema di cooptazione della classe dirigente che non si basa sulle competenze, lasciare che il sistema di potere gestisca gli interessi collettivi senza controlli vuol dire preparare per sé e per i propri figli un futuro senza prospettive. Un paese in cui avremo meno posti di lavoro e poco qualificati, meno strumenti di crescita personale, meno autorevolezza internazionale, meno capacità di comprendere cosa succede intorno a noi, meno divertimenti e conoscenze. E, inesorabilmente, avremo anche meno soldi .
Per evitare questo declino, inevitabile per l'entrata in scena, sullo scacchiere mondiale, di nuove realtà nazionali emergenti, sia sul piano economico che culturale, e di popolazioni mosse da una irrefrenabile, perché vitale, spinta allo sviluppo, la qual cosa determinerà una corrispondente diminuzione delle risorse naturali, alimentari ed energetiche, finora a disposizione delle nazioni più progredite, bisogna che la generazione dei venticinquenni-trentenni (e quelle successive) si scuota dal torpore e dall'apatia in cui sembra precipitata per l'ottundimento provocato dal benessere, di cui finora ha goduto grazie alla ricchezza prodotta dai loro nonni ed in parte dai loro padri, ed assuma la responsabilità, morale e politica, di agire per cambiare la società. Le condizioni: sviluppo tumultuoso dei consumi, stabilità dell'occupazione, conquiste sindacali (Welfare), progresso economico ed aumento del PIL, che hanno favorito, a partire dagli anni 60, l'accumulo di risparmi ed hanno consentito, anche negli anni di crisi, di mantenere un tenore di vita e uno o standard di benessere soddisfacenti, molto probabilmente non torneranno più.
Una riscossa dei giovani è urgente e necessaria perché hanno perso peso e oggi contano meno di ieri. Questo spaventa il dinosauro: che soprattutto i giovani, anche se occasionalmente sembrano ribellarsi a qualche improvvido taglio di spesa per la scuola e l'università, si adattino al mondo così com'è e non riescano ad immaginarlo diverso. Che si accontentino e non abbiano il gusto della sfida, non sentano il minimo desiderio di cambiare né le cose né se stessi. Che si occupino di politica solo perché pensano che sia uno strumento per ottenere lavoro, promozioni, prebende. Che guardino solo al presente e non abbiano progetti per un futuro sia pur vicino. Questo sì che significa essere vecchi, in questo modo sì che si è condannati all'estinzione. Perché chi accetta le peggiori derive del presente non soltanto non fa niente perché il futuro sia migliore, ma sta operando attivamente perché sia pessimo, con la scusa di considerarlo immodificabile e immanente.
Se si riflette sui recenti imprevedibili accadimenti nel mondo arabo e sull'impatto politico e sociale che ha avuto l'attività dei giovani internauti attraverso l'utilizzo diffuso dei nuovi strumenti informatici, usati non soltanto come mezzi di comunicazione e di informazione, ma anche come mezzi di trasformazione (video, girati col cellulare, del giovane tunisino immolatosi gridando davanti alla casa del governatore, sms e musica rapper di Hamed Ben Amor) che, riecheggiando nelle coscienze, hanno contribuito a creare una coscienza collettiva della necessità di una ribellione, appare evidente come, se c'è una forte volontà di cambiamento, supportata da spirito di iniziativa e da capacità organizzative, sia molto più agevole e veloce ai nostri giorni di quanto non lo fosse in passato aggregare un numero cospicuo di persone ed unificare le loro energie indirizzandole al raggiungimento di un obiettivo comune.
Quello che è avvenuto è stato un cambiamento generazionale ed epocale in quanto si è trattato di eventi rivoluzionari senza un vero e proprio sfondo ideologico. Inoltre, a quanto sembra, la contestazione politica si è sviluppata al di fuori della stessa politica e senza essere diretta da partiti, ma attraverso il mondo associativo e dei social-network, quello che viene chiamato “terzo settore” o settore informale, a dimostrazione che i tradizionali veicoli delle idee stanno forse scomparendo: l'intellettuale organico ed impegnato ed i partiti, in calo vertiginoso di credibilità, in questa fase pare non possano più avere alcun impatto. Il mondo globale è anche questo: mescola le carte e fa pensare che la storia fissi ormai le sue scadenze dove meno le si aspetta. Perché no in Italia e, anche qui, per opera dei giovani? A sessanta o a settant'anni è difficile fare una rivoluzione anche se solo culturale..
(il presente scritto è stato quasi integralmente tratto dall'omonimo capitolo del libro “Il ritorno del Dinosauro” di Piero Dorfles – Ed. Garzanti 2010).
Nonno di due nipotini sono preoccupato del loro e del vostro futuro per cui, avendo fiducia nella voglia di prendere in mano il vostro destino e di cambiare in meglio la sociatà, diffondo questo scritto con la speranza che venga letto, riflettuto e sia oggetto di vostra discussione anche se doveste ritenere l'argomento ....pesante e pedante. L'estensore.















































