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    Master L'avatar di hollisterbi
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    Predefinito Il Governo Berlusconi vuole privatizzare l'acqua

    Il Governo Berlusconi vuole privatizzare l'acqua, un bene comune di tutti i cittadini italiani.

    L'acqua è un bene pubblico primario, non può essere considerata una merce, la legge approvata dal Governo Berlusconi lo equipara ai servizi pubblici economici e stabilisce che a partire dal 2012 esso venga assegnato a imprenditori o società private, con la conseguenza della speculazione basata sul profitto di un bene primario attualmente pubblico, con un aumento incontrollabile delle tariffe.
    Non esistono effetti benefici nei confronti della popolazione, soltanto effetti positivi per speculatori e multinazionali del settore.

    L'acqua: una sorgente d'affari
    Di Alessandro Taballione

    La guerra è cominciata. nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del mondo.
    Le multinazionali hanno fiutato il business del nuovo secolo: le risorse idriche del mondo scarseggiano e sono mal distribuite. Quindi l'acqua sta diventando un bene prezioso.
    Come il petrolio. E chi lo controllerà avrà potere e profitto. Parole d'oro per le multinazionali. Che non hanno perso tempo. E hanno sferrato il loro attacco. Scatenando una battaglia tra giganti, che calpestano, quasi fossero fastidiosi moscerini, diritti ed esseri umani.

    La posta in gioco
    Dal controllo sulle acque minerali alla battaglia per la gestione degli acquedotti, dalla costruzioni di dighe alla privatizzazione dei bacini idrici. Quella per l'acqua è una guerra discreta, che non si combatte con gli eserciti, che non si alimenta del fragore delle bombe, ma si decide nelle stanze silenziose di pochi grattacieli. Quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale), del WTO (OMC: Organizzazione Mondiale del Commercio), della Banca Mondiale e delle multinazionali.

    La dichiarazione di guerra
    Lo scontro è aperto e la dichiarazione di guerra ha una data ed un luogo precisi: 2000, l'Aja, 17-22 marzo, data del 2° Forum mondiale sull'acqua. Voluto dal Consiglio mondiale sull'acqua, un organismo nato nel 1994 su iniziativa della banca mondiale, il Forum ha affrontato il problema delle risorse idriche, trovando una soluzione "globale". L'acqua cambia status: da diritto umano (svincolato dalle leggi di mercato) diventa un bisogno umano, che quindi può essere regolato dalle leggi della domanda e dell'offerta. Dal mercato. Quindi la parola d'ordine è privatizzare.
    I giganti che si contendono di privatizzare il nascente mercato dell'acqua sono soprattutto europei: le aziende francesi Vivendi e Suez-Lyonnais des Eux (ora Ondeo), la tedesca RWE. E poi i colossi Nestlé e Danone, l'americana Coca Cola. Ma anche l'italianissima ACEA concorre alla spartizione della torta: le bollette che pagano i cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, finiscono nelle casse del Comune di Roma, titolare del 51% delle azioni dell'ACEA, che gestisce l'acquedotto locale.

    Le vittime senza colpe
    Questa concorrenza spietata si sta sviluppando soprattutto nel sud del mondo, nei paesi dell'America Latina e dell'Africa, ma non solo.
    Giacarta, Manila, Casablanca, Dakar, Nairobi, La Paz, Città del Messico e Buenos Aires, sono soltanto alcune delle città in cui l'acqua adesso è privatizzata. Ma non c'è da stupirsi: in Inghilterra, la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta dal 1989 e le imprese Thames Water e Seven-Trent che la gestiscono, operano a livello internazionale da molto tempo. In Francia, dove la privatizzazione è vista come delega del servizio pubblico, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi in particolare del 54%. Con trovate anche bizzarre: l'estate scorsa nella capitale francese, la "cloud water", l'acqua delle nuvole veniva venduta a 35 franchi alla bottiglia.
    Nel frattempo la Danone ha acquistato la gestione di tre sorgenti: una in Indonesia una in Cina e negli Stati Uniti. la Nestlè ha cominciato a commercializzare un'acqua "purificata" in Pakistan.

    Il lato oscuro della globalizzazione
    Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere. Casi del genere si sono avuti in Bolivia, a Cochabamba, a Manila nelle Filippine, in Cina. Sarebbe a dire: "noi vi diamo i soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva, della risorsa più importante per vivere".
    Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è "solo" il lato più sporco della globalizzazione.
    Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.

    Acqua: la guerra è cominciata!

    Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose realtà sociali e culturali ha deciso di promuovere 3 quesiti referendari, depositati presso la Corte di Cassazione di Roma mercoledì 31 marzo 2010. Sosterranno tale iniziativa anche diverse forze politiche.

    A partire dal sabato 24 aprile è iniziata la raccolta delle firme, in tre mesi si dovrào arrivare almeno a quota 500.000 per poter richiedere i referendum. I banchetti per la raccolta delle firme saranno allestiti su tutto il territorio nazionale.

    Referendum acqua pubblica - Sito ufficiale

    Solo il fascismo ha considerato e punito come crimine penale un resoconto di cronaca. P. Flores D'Arcais

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    Potete ingannare tutti per qualche tempo o alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo. A. Lincoln
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  2. #2
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    Un referendum contro la privatizzazione dell'acqua

    Tre mesi per raccogliere 500.000 firme. L'intervento di Francuccio Gesualdi, presidente del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano: "Siamo ancora in tempo per invertire la rotta, il referendum sull'acqua è una buona occasione, sapendo che la posta in gioco non è la gestione degli acquedotti, ma i nostri valori, la nostra visione della società"

    Il 24 aprile, in tutta Italia, inizia la raccolta di firme a sostegno del referendum contro la privatizzazione dell'acqua. L'obiettivo è l'abrogazione di tre articoli di legge, tre articoli chiave che se venissero annullati farebbero cadere l'intero castello della privatizzazione. Abbiamo solo tre mesi per raccogliere 500.000 firme, un tempo infinitesimamente breve per una sfida infinitamente alta: l'abbandono della barbarie e il recupero alla civiltà.

    Il processo di privatizzazione dell'acqua è iniziato negli anni Novanta non con iniziative eclatanti, ma in sordina, con modifiche di legge su questioni tecniche, di quelle barbose che capiscono solo gli avvocati e i ragionieri. Ma è proprio di quei cambiamenti che bisogna avere paura. Fondamentalmente, la strategia è stata organizzata in due tempi: prima la fase di preparazione del campo, poi l'attacco finale. La classica strategia del rospo bollito che messo in una pentola di acqua fredda posta sul fuoco, ci lascia la pelle perché si adatta alla temperatura che sale. Dunque non cambiamenti repentini, ma graduali, ponendosi come primo obiettivo quello di fare cambiare mentalità. L'idea da scardinare era quella del comune-comunità che si fa carico dei bisogni fondamentali secondo logiche di solidarietà, per rimpiazzarla con quella del comune-bottegaio che vende servizi secondo logiche di mercato. E per farlo si cominciò ad allargare il ventaglio degli strumenti operativi a disposizione dei comuni.

    Un tempo la gestione dei servizi era diretta, tutt'al più tramite aziende municipalizzate, strutture autonome da un punto di vista giuridico, ma un tutt'uno col comune da un punto di vista economico e politico. L'azienda municipalizzata fa pagare un prezzo per i servizi che fornisce, ma l'ammontare è deciso dal consiglio comunale in base a criteri sociali e ambientali, se l'incasso non basta per fare fronte a tutte le spese o agli investimenti da effettuare, provvede il comune con integrazioni di altra natura. Una legge del 1992 iniziò a modificare il panorama dando la possibilità ai comuni di costituire delle società per azioni alle quali delegare acqua, rifiuti, trasporti e qualsiasi altro servizio comunale a rilevanza economica, ossia vendibile.

    Da un punto di vista linguistico la differenza fra azienda municipalizzata e società per azioni è impercettibile, da un punto di vista giuridico è abissale. La società per azioni, anche se al 100% di proprietà comunale, diventa un corpo a se stante, una sorta di figlio maggiore che deve arrangiarsi da solo. Un'entità che non può più ricorrere alla mamma comune, deve coprire tutte le spese da sola con i proventi delle sue vendite. I prezzi li decide lei stessa non più secondo logiche di equità sociale, ma secondo logiche di contabilità di bilancio. Per di più è una spa, una società per azioni. Per legge il suo compito è garantire profitti agli azionisti. Un cambiamento totale di prospettiva: la municipalizzata guardava alla gente, la spa guarda agli azionisti.

    Come il cow-boy spinge la mandria verso il recinto, così una serie di leggi hanno spinto i comuni verso le spa, finchè un decreto del 2006, l'ha posto come obbligo. Scattata la trappola, nel 2008 un nuovo decreto, passato alla storia come decreto Ronchi, è tornato alla carica con ulteriori disposizioni: da una parte ha stabilito che i servizi comunali vendibili possono essere dati in gestione anche a società totalmente private; dall'altra ha decretato che se vogliono continuare a gestire i servizi, le società per azioni istituite dai comuni debbono cedere parte del capitale a investitori privati.

    Ciò spiega perché i primi obiettivi del referendum sono l'abrogazione di questi due passaggi legislativi a cui se ne aggiunge un terzo che riguarda la definizione delle tariffe. Un altro articolo dello stesso decreto 2006 stabilisce che la tariffa dell'acqua deve essere calcolata in modo da coprire tutte le spese, sia quelle di gestione che quelle di investimento. Considerato che gli acquedotti italiani fanno acqua da tutte le parti, c'è il rischio che le spese di investimento siano così elevate da fare schizzare le tariffe sempre più su, fino a raggiungere livelli proibitivi per le tasche dei più poveri che non potendo pagare, si vedranno tagliare la fornitura di acqua. Per i fautori del mercato l'adeguamento dei prezzi alle spese è un meccanismo perfetto, per questo il mercato è ritenuto efficiente. Ma questo criterio può andare bene per i rossetti, le cravatte, i televisori, non per l'acqua. L'acqua è un bisogno fondamentale, addirittura vitale, per questo è incluso fra i diritti, fra quei bisogni, cioè, che tutti devono poter soddisfare indipendentemente se ricchi o poveri, uomini o donne, giovani o vecchi. Per questa ragione l'acqua deve tornare sotto gestione pubblica: perché il pubblico è l'unico soggetto che può gestire i servizi e le risorse secondo criteri non puramente economici, ma di equità sociale. Solo il pubblico può riconoscere l'acqua come diritto e quindi distribuirla in maniera gratuita entro i quantitativi essenziali. Solo il pubblico può trovare forme di finanziamento al di fuori dei prezzi, perché, ricordiamocelo sempre, la sua funzione non è vendere, ma prendersi cura della comunità. Focalizzandoci sulla funzione del pubblico, arriviamo al nocciolo della questione. Nel novecento avevamo chiaro che il suo compito era operare per il bene comune, garantire dignità a tutti, accorciare le differenze sociali. Non a caso il suo punto di forza non era l'efficienza dei prezzi, ma la solidarietà collettiva sotto forma di tasse. I soldi chiesti non in base all'utilizzo dei servizi, ma alla ricchezza disponibile.

    Oggi questa chiarezza la stiamo perdendo. Colonizzati dalla cultura mercantile, non concepiamo più la società come un patto sociale, ma come una fiera in cui concludere contratti d'affari. La compra-vendita elevata a unico criterio di relazione sociale, siamo tutti più soli e insicuri. Ma siamo ancora in tempo per invertire la rotta , il referendum sull'acqua è una buona occasione per farlo, sapendo che la posta in gioco non è la gestione degli acquedotti, ma i nostri valori, la nostra visione della società. Individualismo di mercato contro solidarietà collettiva: questa è la battaglia di civiltà che si combatte col referendum, ricordandoci che se perderemo l'acqua, a catena perderemo la sanità, l'istruzione, la previdenza sociale. Un tracollo sociale che dobbiamo assolutamente evitare.

    Francuccio Gesualdi, Un referendum contro la privatizzazione dell'acqua

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