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  1. #1
    Membro L'avatar di gaspare110
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    Predefinito DIRITTI “PRECARI”

    PRECARIETA’ E “FLEX SECURITY”: QUALE NUOVO MODELLO SOCIALE?

    I termini “lavoro” e “precarietà” sempre più spesso sono impiegati in Italia come sostanziali “sinonimi”.
    Le riforme del lavoro susseguitesi nell’ultimo decennio (dalla riforma Treu del centrosinistra a quella Biagi del centrodestra) si sono, infatti, caratterizzate per un tratto comune:
    a- l’introduzione di una notevole “flessibilizzazione del lavoro” (di nuove forme contrattuali a termine), da un lato;
    b- e la mancata previsione di “garanzie e tutele” specifiche per i lavoratori a termine (o la mancata estensione, in alternativa, delle tutele già previste per il lavoro a tempo indeterminato anche ai precari), dall’altro lato.

    La normativa del lavoro vigente in Italia, dunque:
    a- se, da una parte, incentiva i datori di lavoro ad assumere “a tempo determinato” (essendo tali rapporti di lavoro sottoposti a trattamenti fiscali di favore e/o esenti dalle più stringenti maglie di protezione che proteggono il lavoro a tempo indeterminato);
    b- dall’altra parte, non incentiva affatto i datori di lavoro a valorizzare le professionalità dei precari stabilizzandoli nel tempo (dopo una sia pur opportuna fase iniziale di verifica della professionalità e del rendimento del lavoratore).

    Il risultato combinato di tali politiche del lavoro d’impronta marcatamente “neo-liberista” è stato una incontrollata “precarizzazione” dei rapporti di lavoro in tutti i settori (soprattutto privati, ma spesso anche pubblici!).
    Le logiche reali di funzionamento del mercato del lavoro sono divenute inequivocabili:
    I- le aziende ed imprese assumono sempre più nuovo personale (specie più giovane e con minori vincoli familiari possibili) ricorrendo a contratti a tempo determinato (di regola, della durata di tre o sei mesi)
    II- dopodiché le stesse, alla scadenza dei contratti, non si fanno molti scrupoli nel rinnovare all’infinito gli stessi contratti a termine oppure nel non rinnovarli affatto (preferendo assumere diverso personale o ridurre lo stesso!).
    Il “mancato rinnovo” di un contratto a termine non è giuridicamente qualificabile come un licenziamento: l’effetto reale, però, è difficilmente distinguibile da un “licenziamento a tutti gli effetti”!

    Questo “perverso” meccanismo pone le basi per una moderna forma di “schiavitù” del lavoro: il “precariato” appunto, un “limbo” senza regole in cui molti lavoratori sono costretti a rifugiarsi per mancanza di alcuna valida alternativa!
    La precarietà del lavoro diviene così una forma legalizzata di “sfruttamento” del lavoratore, che comporta per quest’ultimo diverse conseguenze:
    1- una perdurante “incertezza nella percezione del reddito” (mancando uno stipendio fisso e garantito nel tempo);
    2- l’impossibilità di disporre di una formazione professionale continua (vista la “frammentazione del lavoro”);
    3- la “disparità dei diritti” tra i lavoratori precari ed i loro colleghi stabilizzati (essendo i primi, rispetto ai secondi, spesso privi persino dei più elementari diritti, come quelli alla malattia, alla maternità o alle ferie!);
    4- una totale e continua “soggezione al proprio datore di lavoro”, disponendo quest’ultimo di un potere contrattuale incomparabile (eccessive rivendicazioni da parte del lavoratore -come la pretesa del pagamento degli straordinari, delle ferie o dei periodi di malattia- generalmente condannano lo stesso al mancato rinnovo del proprio contratto di lavoro!);
    5- ed uno stato di stress psico-fisico dovuto all’“impossibilità di programmare la propria vita” con serenità (sposarsi, fare un figlio, acquistare una auto, chiedere un prestito…).

    La flessibilità -sia chiaro- è un elemento del nuovo mercato del lavoro “insopprimibile”. Ciò non vuol dire, però, che non sia sottoponibile a regole e limitazioni volte a renderla un’opportunità per il lavoratore (piuttosto che un handicap!), una fase intermedia della propria vita lavorativa indispensabile (ma “temporanea”!).
    Una “flessibilità spinta” (priva delle regole necessarie per riequilibrare i rapporti di forza tra le parti) è destinata a generare “iniquità e diseguaglianze” (tra lavoratori “protetti” ed i loro colleghi “precari”!).
    Una “flessibilità sana” (o “socialmente sostenibile” o “flex security”), invece, dovrebbe rappresentare qualcosa di radicalmente diverso dal modello di “precarietà” oggi predominante! Raggiungere tale obiettivo, in ultima analisi, vuol dire bilanciare tutti gli interessi in campo (sia del datore di lavoro che del lavoratore).

    A tal fine sarebbe opportuno:
    1- limitare le possibilità di “reiterazione continua” dei contratti a termine (sia con lo stesso lavoratore che con lavoratori diversi nel corso di un relativo arco di tempo);
    2- introdurre un sistema di “vincoli ed incentivi” per promuovere la stabilizzazione dei precari entro termini ragionevoli;
    3- rendere la “formazione continua” dei lavoratori (volta ad aumentare il loro valore professionale, valorizzandone meriti e talenti) sia un obbligo per le imprese che un diritto per i lavoratori;
    4- attuare “politiche per l’occupazione” (in specie in favore delle aree più depresse del Mezzogiorno), come sistemi di incentivi/agevolazioni ad assumere per le imprese e la riduzione del costo del lavoro (a partire dalla riduzione del cuneo fiscale);
    5- agevolare il lavoro autonomo e l’attività d’impresa “liberalizzando” le attività professionali (in primis, riformando gli ordini di categoria) e commerciali (semplificando le procedure amministrative richieste per l’apertura di una nuova attività);
    6- riformare il sistema degli “ammortizzatori sociali” (uniformando il più possibile le tutele dei lavoratori precari ed a tempo indeterminato);
    7- introdurre un “salario minimo garantito” per tutti coloro che perdono il lavoro (dalla durata ed entità stabilita in rapporto alla natura ed alla durata del contratto di lavoro);
    8- aumentare i controlli e le sanzioni in materia di “lavoro nero” (ogni lavoratore irregolare è, di fatto, un soggetto privato dei suoi diritti!);
    9- ed aumentare i controlli e le sanzioni in materia di “sicurezza sul lavoro” (per prevenire le “morti bianche”).
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    Gaspare Serra

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  2. #2
    Master L'avatar di malcom75
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    Sono d'accordo con le tue proposte e ti faccio notare un altro paio di difetti della cosidetta flessibilità del lavoro:

    1- Riduzione della produttività dovuta al non legame lavoratore-azienda nonchè la punto 2.
    2- Riduzione del potere contrattuale e quindi dei diritti dei lavoratori causa maggior ricattabilità degli stessi e conseguente indebolimento del sindacato
    3- Riduzione dei redditi dei dipendenti e conseguenti riduzioni di accesso al credito e del consumismo in particolare dei beni durevoli (auto-moto-case-mobili)

    Aggiungere fra le proposte di aumentare il numero degli ispettori del lavoro e la creazione di un numero telefonico per denunciare violazioni dei diritti del lavoro, sommerso, ecc.

  3. #3
    Membro L'avatar di gaspare110
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    Predefinito IL LAVORO NOBILITA’. IL “PRECARIATO” NO!

    Un futuro “stabilmente precario” per i giovani (e non)?

    NASCE UN NUOVO GRUPPO SU FACEBOOK (cui vi consiglio di iscrivervi) dedicato alle tematiche del lavoro:
    - precariato
    - disoccupazione
    - lavoro giovanile
    - discriminazione delle donne nel lavoro...

    Contro una selvaggia “deregolamentazione” del mercato del lavoro, diciamo:
    - NO AL “PRECARIATO”!
    - SI AD UNA “FLESSIBILITA’ REGOLATA”!

    Una alternativa è possibile: LA “FLEX SECURITY”, una nuova forma di flessibilità del lavoro (regolata e “socialmente sostenibile”) che occorrerebbe affermare in Italia (legislativamente e non) come nuovo modello sociale!

    Per ulteriori analisi e proposte, ISCRIVITI AL GRUPPO “Italia: Repubblica fondata sul lavoro (precario???)”, su: ITALIA: “REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SUL LAVORO” (PRECARIO???) | Facebook

  4. #4
    santagattina2
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    ascolta, l'idea di flexsecurity è un assurdo in termini reali.
    le aziende possono in base ad essa licenziare quando fa a loro comodo e
    i lavoratori dovrebbero stare tranquilli perchè lo stato garantisce loro il reddito.

    ti pare una cosa realizzabile?
    non solo non lo è in italia ma non lo è in nessun posto oggi.

    il concetto di stato come organismo civile che garantisce diritti è un concetto storico che non cattura la realtà attuale dell'organismo stato.
    Lo stato è attualmente un meccanismo di gestione del potere economico che è organizzato in modo globale.... in altre parole lo stato è un azienda che gestisce il flusso economico e non un soggetto politico nel senso detto sopra.

    quindi,
    spiegami questo stato industria che guadagno avrebbe nel garantire questo?
    non gira così la macchina del capitale....
    a me sembra un idea irrealizzabile ..........

    Ultima modifica di santagattina2; 27-01-10 a 19:43

  5. #5
    Membro L'avatar di gaspare110
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    Salve,

    l'idea della "flex security" si basa su due precupposti che ritento unanimamente condivisibili:
    1- la flessibilità non è un elemento eliminabile nel nuovo mercato del lavoro (molto più aperto, complesso e globalizzato che in passato).
    Ciò, anzitutto, per una ragione: nel mercato del lavoro europeo (di cui il nostro mercato è parte), regolato da numerose regole comuni, sarebbe ove possibile comunque inimaginabile distinguere la nostra come l'unica realtà del lavoro chiusa e rigida.
    2- di contro, la "precarietà" non è un elemento indispensabile perché in un mercato del lavoro sia garantito un minimo di flessibilità: la precarietà è sintomo di un mercato del lavoro malato, non sano (almeno secondo i canoni di buono
    Stato sociale comunemente adottati nel vecchio Continente).

    Il problema, dunque, si riduce (senza voler troppo semplificare) a garantire una flessibilità "socialmente compatibile", ossia:
    1- che non consenta una assoluta libertà di licenziamento (rendendo il datore di lavoro unico detentore di potere contrattuale)
    2- e che non produca, per usare le parole del ministro Tremonti, "macelleria sociale"!

    A mio avviso, dunque, occorre completare le riforme del lavoro con ulteriori riforme (e del lavoro e degli ammortizzatori sociali) volte:
    1- a riconoscere alcuni chiari diritti del lavoratore
    2- e ad affermare il principio della preferenza del lavoro a tempo indeterminato su quello precario.
    In che modo?
    L'introduzione di un salario sociale è solo uno dei 12 punti che ho proposto sul gruppo "Italia: Repubblica fondata sul lavoro (precario???)", presente su http://it-it.facebook.com/group.php?...8806155&ref=mf

    La questione centrale, comunque, resta quella per cui:
    - non è in discussione la libertà di licenziamento (o la brevità del rapporto di lavoro) per i lavoratori precari
    - bensì è in discussione il fatto che si possa rimanere precari, anziché per un periodo fisiologico nellam vita di un lavoratore (2/3 anni), per un periodo indeterminato!
    Sul punto, ovviamente, ognuno potrebbe avanzare le sue proposte...
    La cosa importante, comunque, sarebbe:
    1- prendere atto del problema
    2- e cercare, in un modo o nell'altro, di affrontarlo!
    Mi pare, invece, che questo non stia facendo l'attuale Governo!

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