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  1. #1
    semi god
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    Predefinito ALTRA PROPAGANDA DELLE FEMMINE

    Sempre a proposito delle "idee" e "ideali" femministi posterò un ulteriore esempio,da uno scritto di una femmina una certa Martina Lonardi

    le femmine si indorano la bocca ciarlando di maschilismo e oppressione della femmina in Europa,senza degnarsi di sprecare una sola parola sulla religione islamica,che addirittura denaturizza l'umanità delle femmine loro simili,e sopratutto mai o quasi mai senti delle femmine o femministe protestare per la condizione che le femmine degli stati musulmani sono costrette a subire sotto i regimi di quei negroidi o turchi o poltroni arabeggianti col culo all'aria.
    No no,addirittura quelli sono invece sexy e piaciono di più dei bianchi a sentir le femmine tifose dei prodotti dell'immigrazione nel nostro stato.,poi chisse ne frega della natura che tali esseri hanno,alle femmine questo a quanto pare poco importa.
    Più importante è invece ciarlare di femminismo e di quote rosa ecc ecc in stati civilizzati dove i diritti sono riconosciuti a tutti,e dove possono stare al sicuro queste femmine,sistemi e stati rigorosamente costruiti anche per loro dagli uomini bianchi,non scimmiotti negri e ne arabeggianti sexy delle femmine.

    Ma ecco qui il testo di cui parlavo.

    titolo: Il diritto della differenza

    Dal Corriere della Sera di lunedì 14 novembre 2005: “Versi d’amore, un disonore. La poetessa uccisa dal marito”. Sfogliando il giornale , quel giorno, mi sono imbattuta in questo articolo che mi ha lasciata del tutto sconvolta. In Afghanistan, nella cittadina di Herat, un uomo ha massacrato di botte e ucciso la moglie, con la connivenza della sua stessa madre, per aver scritto e pubblicato i suoi ghazal, poesie d’amore della grande tradizione arabo-persiana. Nonostante un bimbo di sei mesi e la sua raccolta di poesie Gule Dudi finalmente stampate, Nadia Anjuman di 25 anni è stata uccisa dal marito, laureato in letteratura.
    A Herat, la stessa cittadina afghana che ha visto come prima eletta al Parlamento una donna. Ma una donna che rende pubblici i suoi canti d’amore e bellezza, per quanto mesti e casti, porta “disonore alla sua gente”. In un Paese dove la nuova Costituzione certifica la parità tra uomo e donna, dove il Parlamento ha una quota rosa, le tradizioni resistono. Ogni anno, secondo l’Onu, sono almeno 5 mila le bambine, ragazze, donne uccise per “onore”.
    A questa donna, a questa poetessa, vorrei rendere omaggio con questo lavoro, per ricordare il potenziale patrimonio di versi e di valori che abbiamo perduto con la sua morte.

    E fin qui nulla di nuovo,noi lo sappiamo già bene che tipo di "Cultura" abbiano certi popoli e che tipo di "Natura" abbiano certa gente.
    Di notizie del genere se ne leggono e se ne sentono di continuo,di questi infami omicidi di natura islamica.


    Ma il bello viene dopo.

    Con una breve ricerca sul web si trovano dati allarmanti per quanto riguarda il ruolo politico della donna oggi nei vari ordinamenti. Al primo sguardo la situazione italiana è tra le peggiori nel mondo.

    L’Italia con l’11,5% di donne nella Camera e l’8,1% nel Senato è all’ottantaquattresimo posto nel mondo per la presenza femminile in Parlamento; tra Burkina Faso, Jamaica, Lesotho (83° posto) e Indonesia (85° posto). Per fare un confronto, nel mondo la media delle donne presenti nei Parlamenti nazionali è del 16,0% (16,2% nella Camera; 14,8% nel Senato). Dunque la media italiana è molto al di sotto di quella mondiale.
    (Questi dati sono stati compilati dall’Inter Parliamentary Union sulla base delle informazioni fornite dai Parlamenti nazionali al 30 Settembre 2005).

    In Europa la situazione non cambia e l’Italia di nuovo si distingue. Al Parlamento Europeo ci sono 221 parlamentari donna su 732 (30,19%), di cui 14 italiane su 78 (17,94%). Il nostro paese, dunque, è al di sotto della media degli altri paesi europei.

    A Verona, in particolare, i dati sono leggermente migliori rispetto alla media nazionale, ma ancora sconfortanti. In Comune ci sono 8 consigliere su 46 (17,3%) e 3 assessore su 14 (21,4%); in Provincia 6 consiliere su 36 (16,6%) e 1 assessore su 13 (7,6%).

    La classifica mondiale dei paesi con il maggior numero di donne parlamentari vede ai primi dieci posti, nell’ordine: Ruanda, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi, Cuba e Spagna, Costa Rica, Mozambico, Belgio. E tutti i paesi facenti parte dell’Unione Europea sono al di sopra dell’Italia in questa classifica, a esclusione dell’Ungheria e di Malta. A mio parere questa situazione deve accendere un generale campanello d’allarme che dia la possibilità da un lato di riflettere su questi dati e dall’altro di attivarsi per cambiare le cose.

    Come detto anche prima ecco la naturale reazione delle femmine,si inizia col parlare di omicidi efferati di matrice islamica,per poi saltare di colpo alla situazione politica Europea (?)
    in un gesto prima di giustificazione del ciarlare femminista citando fatti musulmani per poter avere la scusa di attaccare così l'Europa cattiva e oppressiva delle femmine,in un arrampicata sugli specchi incredibile di temi fuori luogo tra loro completamente.
    E in secondo in un modo offensivo e ingrato di paragonare degli omicidi (cosa che le femmine forse non ci arrivano...omicidi=morti,gente ammazzata,morti veri) con le "quote rosa".Povere femmine Europee...


    ma al riguardo sentiamo piuttosto cos'ha da dire la femmina Bonino,parlamentare femmina.

    La Stampa - BONINO: QUOTE ROSA? RIDICOLE

    ma il passo dopo e inevitabile è ancora più ridicolo!
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

  2. #2
    semi god
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    LA CHIESA E LA DONNA IN ITALIA

    Potrebbe sembrare strano, o del tutto estemporaneo, l’inserimento di questo capitolo nello scritto,(IN EFFETTI UN POCHINO STRANO LO E') ma penso che il punto di vista religioso sia molto importante nel momento in cui si affronta questa tematica. Per avere dati precisi e conoscenze ampie, mi sono fatta aiutare e consigliare dal giornalista Luigi Sandri.
    Innanzitutto ci sembra necessario spiegare il perché di questa scelta.
    Per ragioni storiche, geografiche e culturali ben note, è innegabile il grande peso che la Chiesa cattolica romana ha avuto sullo sviluppo della società italiana. Anche in altri paesi – in Europa, soprattutto – questo è accaduto; ma il “caso Italia” è del tutto speciale perché qui non solo vi è la Chiesa cattolica, ma anche la sede del papato. Per tale motivo il rapporto, in Italia, Stato-Chiesa, e anche Società-Chiesa, rappresenta un “unicum” nel mondo.
    La storia di tali rapporti, il loro sviluppo, il loro esito, sono valutati in modo assai variegato: alcuni ne mettono in evidenza soprattutto le luci, altri specialmente le ombre; alcuni il grande apporto benefico, altri la insopportabile pesantezza.
    Su questo sfondo va inserita la questione della donna: il modo con cui la Chiesa romana, in Italia, ha considerato la donna, dal punto di vista teologico, e l’ha concretamente trattata, dal punto di vista pastorale e fattuale, ha avuto una inevitabile ripercussione anche sul modo con cui la società ha visto e trattato la donna. E questo, appunto, per l’impatto che la simbologia cattolica ha avuto nel modo di pensare della gente, anche se questa, spesso, non se ne rendeva conto.
    Non è nostro intento, ovviamente, analizzare in modo completo una così vasta problematica; vorremmo solo scattare qualche flash. Non vi è chi non sappia l’enorme fascino che la Madonna ha sul popolo cristiano: l’Italia è disseminata di santuari, grandi e piccoli, noti a livello internazionale o conosciuti solo da ristrette comunità locali: tutti, comunque, mete di continui, inarrestabili pellegrinaggi.
    Ebbene, che dice la dogmatica cattolica della Madonna? Dice che la madre di Gesù è, insieme, vergine e madre (nel famoso canto XXXIII del Paradiso il sommo Dante bene ha colto l’affascinante e inaudita unità tra queste due realtà, di per sé incomponibili): dunque è realtà vicinissima (tantissime donne hanno l’esperienza della maternità), e realtà inavvicinabile (non è possibile essere, insieme, biologicamente “vergine” e anche “madre”). Dunque per un verso la Madonna è inavvicinabile, per un altro sorella di ogni donna. Chi può misurare il profondo influsso simbolico, e dunque il peso nel cosciente e nell’incosciente delle donne, di tale misteriosa realtà, ribadita milioni di volte da una predicazione martellante da parte del clero.
    Da una parte il modello presentato dalla Chiesa dava una valutazione positiva delle sessualità: Maria “madre”; dall’altra induceva una valutazione del tutto negativa della sessualità, perché Maria era rimasta vergine “prima, durante e dopo il parto”. Insomma, la donna credente era sottilmente indotta a considerare qualcosa di sporco, o di sgraziato, il suo corpo, la sua sessualità, e inadeguata se stessa.
    Ma – lasciando sullo sfondo una storia bimillenaria e intrigante – veniamo ai tempi più recenti. Negli anni Sessanta del secolo XX lo sviluppo delle scienze antropologiche, i profondi cambiamenti della società civile, i movimenti femminili e femministi infine esplosi anche in Italia, danno ovviamente uno scossone anche alla Chiesa istituzionale e al modo con cui questa considerava la donna. Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963), tra i “segni dei tempi” caratterizzanti la sua epoca ricordò appunto “l’ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà. Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica” (Enchiridion delle encicliche, VII, Bologna 1994, n. 581).
    Malgrado l’input di papa Roncalli, il Concilio Vaticano II (1962-65) praticamente ignorò il tema donna, parlando genericamente di “laici”. E’ vero che, di per sé, nella Chiesa sono “laici” sia uomini che donne; tuttavia la grande Assemblea ignorò in sostanza la “questione femminista”. Discusse a fondo – senza arrivare a conclusioni pratiche e operative – la questione del matrimonio, sostenendo che il suo “fine” era l’amore coniugale aperto alla vita, e non più, come il magistero ecclesiastico diceva prima, “la procreazione”.
    Il 25 luglio 1968, con l’enciclica Humanae vitae, Paolo VI condannò, dal punto di vista morale, la contraccezione (op. cit. n. 1168-1171); e ciò malgrado che una commissione ad hoc, da lui stesso costituita, si fosse espressa per lasciare, in merito, libertà di coscienza ai coniugi. A parte le fortissime polemiche del mondo “laico”, l’enciclica di papa Montini provocò tali proteste all’interno dell’intera Chiesa cattolica – in prima fila, diversi gruppi di donne – che egli non scrisse altre encicliche nei dieci anni che ancora regnò.
    Negli stessi anni si iniziò pubblicamente a discutere, nella Chiesa cattolica, della possibilità di ordinare sacerdote le donne: tema poco sentito in Italia, molto di più, invece, nella Mitteleuropea e nel Nord America, ove non solo alcuni gruppi di cattoliche “femministe”, ma anche alcuni vescovi, cominciarono a prospettare la legittimità teologica della “donna-prete”. Per troncare un’ondata che andava crescendo (in Italia cavalcata solo da gruppi cattolici minoritari, dalle Comunità di base e da cenacoli femministi, ma tuttavia potenzialmente accattivante anche per molti “cristiani della domenica”), il card. Franjo Seper, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex sant’Uffizio, su mandato di Paolo VI il 15 ottobre 1976 pubblicò la dichiarazione Inter insigniores in cui, con motivi teologici e pastorali, veniva esclusa la ventilata possibilità. Ma tali motivi erano giudicati del tutto infondati dalle Chiese legate alla Riforma protestante, che ormai da un decennio avevano accettato la “donna-pastore”.
    In Italia, anche considerate nell’insieme, le Chiese legate alla Riforma sono solo una piccola minoranza (ben diversa la situazione nel nord Europa, in Canada, negli Stati Uniti, e in diversi Paesi africani!), e dunque il fatto che queste avessero optato per la “donna-pastore” aveva un peso relativo nell’opinione pubblica. Tuttavia, la loro scelta non fu irrilevante, almeno per le persone più istruite, e per i gruppi femministi cattolici.
    A livello mondiale, malgrado divieto vaticano, crebbe nella Chiesa cattolica il movimento a favore della “donna-prete”. Il motivo teologico principale addotto dai papi per sostenere il loro “no” era che Gesù scelse, come apostoli, solo dodici uomini, e nessuna donna: dunque, si aggiungeva, la sua decisione doveva rimanere “normativa” per tutti i secoli. Pronta la risposta a questa tesi: quella di Gesù fu una scelta legata a motivi storici contingenti (il patriarcalismo diffuso, gli stereotipi sociali, il fatto che il Sacerdozio, per gli ebrei, fosse riservato ai maschi…), e non era una decisione valida per sempre.
    Malgrado il diktat papale, il variegato movimento a favore della “donna-prete” continuò comunque a crescere. Il 15 agosto 1988 Giovanni Paolo II pubblicò una lettera apostolica, Mulieris digitatem, nella quale esaltava fortemente, con accenti lirici inusitati nei documenti pontifici, il “genio femminile”; tuttavia negò di nuovo la possibilità della “donna-prete” (cf. Enchiridion Vaticanum, 11, Bologna 1991, n. 1325). Molti gruppi femministi cattolici, ma anche teologi e teologhe, rilevarono la “contraddizione” nel pensiero papale che, aperto in teoria alle donne, poi riservava ai maschi la “gestione del sacro”.
    Papa Wojtyla allora di nuovo intervenne il 22 maggio 1994, con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis. Ribadì in modo ancora più fermo il “no” di Paolo VI; e concluse: “Benché la dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti più recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare. Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa” (cf. Enchiridion Vaticanum, 14, Bologna 1997, nn. 1347-1348).
    Anche questo severissimo “no” papale non ha però potuto troncare, nell’insieme della Chiesa cattolica, il dibattito sulla “donna-prete”.
    Si potrebbe obiettare: ma che importano, all’opinione pubblica, e al mondo “laico”, le beghe di Chiesa e le questioni teologiche disputate? L’obiezione ha un suo fondamento; e, tuttavia, è difficile negare l’influsso indiretto che i “sì” e i “no” della Chiesa romana sul ruolo della donna – nella concreta realtà italiana – hanno anche sulla società, e sul mondo simbolico delle persone. Si provi, ad esempio, a pensare a quello che già è accaduto tra gli anglicani, in Inghilterra, dove la “donna-pastore” è stata concretamente accettata a partire dal 1994. Oggi, su undicimila “pastori”, circa novemila sono maschi, e già duemila femmine.
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

  3. #3
    semi god
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    Il giorno in cui non solo nelle parrocchie di Roma, Milano, Torino, Palermo… – insomma nelle grandi città secolarizzate – ma anche nelle parrocchie della montagna veronese, in quelle della Sardegna profonda, o nelle Madonne, o sull’Aspromonte, il parroco fosse donna, e la messa fosse celebrata da una donna, e il confessore fosse “la confessora”, avrebbe o non avrebbe, tutto questo, un forte impatto nel modo con cui in Italia, anche nella società “laica”, si considera la donna? Il giorno in cui la Rai trasmettesse la consueta messa domenicale guidata da una “donna- prete”, avrebbe o non avrebbe questo spettacolo un peso nello sgretolare gli archetipi maschilisti dell’italiano medio?
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

  4. #4
    semi god
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    La questione della differenza, dunque, in questo nostro paese, è gravata anche dal problema Chiesa. E le scelte di questa hanno un peso, più o meno grande, ma evidente, anche sul modo in cui la società civile riflette su una grande questione antropologica, simbolica e sociale. Se, in futuro, chissà, i cattolici in Italia si riducessero a poche migliaia, allora evidentemente il discorso che abbiamo fatto non avrebbe più senso, e a nessuno importerebbe se la Chiesa romana ha, o non ha, la “donna-prete”. Ma, qui, parliamo del presente. Un presente sul quale incombe, più o meno rilevante, dai più sperduti paesini allo stesso Parlamento, il peso, desiderato o criticato, giudicato positivo o nefasto, dell’impianto istituzionale, e simbolico, della Chiesa cattolica romana nell’insieme del suo corpo sfaccettato e contraddittorio.
    Un evento, nei tempi recentissimi, ha mostrato l’influsso sulla società della gerarchia ecclesiastica cattolica: quando la Conferenza episcopale italiana è entrata nell’agone politico chiedendo, non solo ai cattolici, ma a “tutti”, di astenersi nel referendum del 12 giugno 2005 sulla procreazione medicalmente assistita, al fine di far mancare il quorum e invalidare così la consultazione. E il quorum non si è raggiunto: certo, non solo per l’intervento della gerarchia ecclesiastica; ma sicuramente anche a causa di esso.

    Gran bel punto anche questo,partiamo col parlare degli omicidi atroci islamici che ovviamente per le femmine femministe europee hanno la stessa gravità dell' "Influenza che ha la chiesa cattolica sulle istituzioni in Italia" per poi passare a fare un escursus anche interessante sulle simbologie cristiane cattoliche,che ovviamente sono un mezzo che direttamente dal medioevo devono rendere le femmine sottomesse anche in stati laici e di influenza cato-comunista che hanno permesso l'avanzare del femminismo più estremo e strisciante,per poi alla fine arrivare a dire un altro punto interessante,o meglio loro obbiettivo...la sgetolazione anche dell'ordinamento della chiesa in senso naturalmente femminista.
    messa li in tono da fatto mondano e provocatorio chiaramente open mind femminista.
    E nemmeno qui dalle nostre care femmine neppure una parola sull'influenza dell'Islam in Italia,sempre crescente e molto attenta alla situazione della femmina come ben sappiamo.
    le femmine sono talmente schizzate nel cervello a forza di ciarlare demagogia,slogan ecc ecc da nemmeno più guardare al loro tornaconto.
    gran movimento che si rivela sempre più serio quello femminista.
    ah già,ma i negri sono più sexy per le femmine,allora va tutto bene.

    altro punto.
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

  5. #5
    Master L'avatar di painfail
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    Sei stato posseduto dallo spirito di Holux?

  6. #6
    semi god
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    La Costituzione italiana all’art. 51, primo comma, prevede quanto segue: Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. L’opzione di fondo della Costituzione tende, dunque, a promuovere la differenza di genere. Ma come si riflette questa impostazione di fondo nella forma di governo, dunque nella composizione delle istituzioni e nei loro reciproci rapporti?
    Come ha ben spiegato il prof. Francesco Palermo nella lezione La forma di stato e la forma di governo parlamentare, con particolare riferimento al diritto delle differenze, l’ordinamento italiano prevede una forma di governo parlamentare. E’, cioè, un ordinamento in cui il Governo deriva dal Parlamento ed è politicamente responsabile di fronte a questo, mentre il Capo dello Stato non partecipa all’indirizzo politico (di maggioranza). L’elemento fondante di questo modello è il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo. Per contrastare il rischio intrinseco di instabilità dei Governi, caratteristica generale dei regimi fondati sul primato del Parlamento, in diversi ordinamenti si è fatto ricorso alla “razionalizzazione”, ossia alla costituzionalizzazione espressa delle regole sul funzionamento del sistema parlamentare, disciplinando i rapporti tra Parlamento e Governo, a beneficio del secondo. Mediante queste razionalizzazioni si consentiva che il Governo avesse più forza rispetto alle spinte del Parlamento, rafforzando molto il suo ruolo.
    L’esperienza italiana dell’ultimo decennio è caratterizzata fino ad oggi da una razionalizzazione senza riforma costituzionale, e questo rende il quadro dei rapporti tra gli organi costituzionali alquanto confuso. La Costituzione continua a prevedere una netta e assoluta prevalenza del Parlamento, mentre la prassi politico-istituzionale sta spostando il baricentro politico verso il Governo e più in generale verso il potere esecutivo a tutti i livelli. Il Governo oggi, cioè il Consiglio dei Ministri, è più rilevante del Parlamento, anche se il sistema è congeniato su quest’ultimo. Come sta accadendo anche negli altri Paesi appartenenti all’Unione Europea, inoltre, si stanno affermando nuovi canali decisionali, poco formalizzati e conosciuti, che contribuiscono a dare ancora maggiore risalto agli esecutivi. Nuove forme di legittimazione del potere si stanno creando accanto e in contrapposizione alla crescente crisi dei Parlamenti.
    Come si pongono, dunque, in questo contesto le azioni positive in materia elettorale a favore delle donne? Esse rimarranno sempre delle deroghe al criterio generale dell’uguaglianza formale, limitate sia in termini quantitativi che temporali. Inoltre possono realizzarsi solo con riferimento al momento elettivo, dunque parlamentare, e la situazione sopra delineata dimostra come ad un grande sforzo sistematico corrispondano risultati ridotti, confinati all’interno di istituzioni il cui potere è limitato e destinato a contare sempre meno. Infatti per quanto esse riescano a concretizzare una soglia di rappresentanza a livello parlamentare, non lo possono fare per quanto riguarda l’esecutivo, che è oggi il vero centro del potere politico.
    Quali strumenti meglio si prestano a consentire forme di rappresentanza politica preferenziale? Il diritto classico mostra tutti i suoi limiti: una legge spesso non può fare ciò che invece possibile agilmente con fonti di rango inferiore (regolamenti, statuti di partiti, ecc.) o semplice prassi. Ad esempio il governo Zapatero in Spagna ha un eguale numero di ministri uomini e donne, ma questo non si può imporre per legge. Gli strumenti normativi sono solo la cornice, bisogna sollevare il dubbio su quali altri strumenti debbano essere utilizzati, principalmente di tipo soft, di governance.
    E’ necessario cercare gli strumenti giuridici che consentono la DIVERSITA’ piuttosto che rafforzare un sistema basato su criteri UGUALITARI. Cercare sempre lo strumento migliore, perché sono molti, riflettendo sul come piuttosto che sul cosa, attraverso meccanismi di limitazione della discrezionalità della politica. Portare complessità.
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

  7. #7
    semi god
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    PUNTO DI VISTA FILOSOFICO - SOCIOLOGICO
    Che cos’è l’uguaglianza dal punto di vista filosofico e sociale? La prof.ssa Adriana Cavarero nella lezione La teoria della differenza nella filosofia della scienza politica ha spiegato che essa è un concetto inventato dalla modernità, prima non c’era. Secondo Hobbes per natura gli uomini sono tutti uguali perché tutti hanno il potere di uccidere un altro. Questa situazione, però, non è buona, quindi gli uomini stipulano un patto sociale o contratto con cui dicono che ognuno rinuncia al suo potere naturale cedendolo a un sovrano che avendo il potere di tutti garantirà la pace e la sicurezza. Con questo patto, dunque, si passa dalla società naturale alla società politica. Da qui nasce il concetto di uguaglianza, fondamentale perché solo attraverso esso si possono legittimare le tecniche politiche basate sul concetto di uguaglianza e funziona solo se ciascuno vale uno dal punto di vista normativo. E’ l’abolizione formale delle differenze, cruciale per il funzionamento della macchina politica moderna.
    Sul piano formale, secondo il dettato costituzionale, oggi tutti sono uguali senza differenza di sesso: le donne, nonostante siano donne, sono da considerarsi come gli uomini. Il soggetto di diritto è pensato come maschio, il quale fa da paradigma a cui l’altro finge di essere uguale. Questa omologazione e assimilazione produce effetti che cancellano la differenza sessuale e rendono dominante il modello maschile.
    Sul piano sostanziale tutto è influenzato dall’ordine simbolico: nonostante la legge, prevalgono gli uomini. Questo piano è talmente forte che vince su quello formale, producendo, quindi, una situazione contraddittoria. Le pari opportunità sono un meccanismo che non ha come fine il favorire le donne, ma un meccanismo coerente al paradosso della forma della legge che si sforza di correggere l’eguaglianza e tradurla. E’ lo sforzo di correggere l’inefficacia del paradigma dell’eguaglianza formale, la logica maschile che si auto-corregge. L’ordine simbolico, però, non viene infranto e ciò non consente una trasformazione in profondità del sistema. Il meccanismo delle pari opportunità, dunque, va bene, ma non ci si possono aspettare miracoli, deve essere un mero punto di partenza. La svolta deriverà dal cambiamento dell’ordine simbolico, dal cambio di mentalità, altrimenti bisognerà continuare a rincorrere questi meccanismi per renderli migliori.
    La scommessa è proporre un ORDINE SIMBOLICO in cui l’interdipendenza e la responsabilità reciproca contraddicano il modello individualista, pensando la differenza sessuale in termini non più gerarchici. Cercare nuove strutture del simbolico che rappresentino stili, valori, modi di essere alternativi, senza sostituire alle gerarchie esistenti nuove gerarchie e senza creare nuovi stereotipi in luogo di quelli esistenti. Lasciare fluidità.
    La svolta vera è tornare ad occuparsi di politica pensando agli altri, pensando al modo di vivere delle persone, come insegna Vittorio Foa. Dopo la tensione verso la liberté e l’egalité, è il momento di riscoprire la fraternité come tensione emozionale e non solo razionale che ci fa ritrovare l’appartenenza di ognuno all’umanità di tutti.

    Si ha così una spinta ad approfondire un concetto di esseri umani come dipendenti l’uno dall’altro. Uno stimolo a cercare maggiore reciprocità, maggiore relazionalità, piuttosto dell’individualismo competitivo ed autonomo. In questo modo si può giungere ad una piena salvaguardia delle differenze e lotta delle discriminazioni.


    E’ POSSIBILE!

    Mentre a Roma il 12 ottobre scorso con voto segreto viene bocciato alla Camera l’emendamento sulle quote rosa alla riforma elettorale,

    La Stampa - BONINO: QUOTE ROSA? RIDICOLE rimetto il link della femmina Bonino.

    a Stoccolma nasce un partito del tutto femminista, “Feministiskt initiative”. In Svezia non c’è bisogno di quote, la parità tra i sessi è quasi perfetta. Le donne sono quasi la metà del Riksdag, una donna è la vice-capo di Stato maggiore, otto donne hanno progettato l’ultima Volvo, le ministre sono undici e le pilote d’aereo in percentuale sono più delle maestre d’asilo. Quando fanno un figlio stanno a casa, pagate, quasi un anno e mezzo, le prostitute sono accudite come vittime e i clienti vanno in galera, gli uomini fanno più fatica a trovare lavoro; non c’è ufficio, sala d’attesa o centrale comandi dove la parità sia meno che perfetta.
    Eppure in aprile è nato un “partito delle donne”, la cui leader è Gudrun Schyman, che si candiderà alle elezioni politiche del prossimo anno e che ha sbancato i sondaggi, per poi imboccare una via bizzarra. Nel giro di sei mesi, infatti, l’ala radicale del partito ha preso il sopravvento, imponendo il proprio programma: distruggere l’ordine patriarcale. Proprio così: distruggere. Il partito di iniziativa femminista è, quindi, imploso in risse interne, quattro delle fondatrici se ne sono andate e la percentuale delle intenzioni di voto della popolazione è crollata. Ma la Schyman respinge fermissima ogni tipo di obiezione: “E’ un mito che la Svezia sia un paese egualitario. Anche gli svedesi pensano che il più sia fatto, che resti solo un po’ di polvere negli angoli, ma nella vita reale le cose stanno andando indietro. La sinistra è incapace di vedere la sottomissione della donna. Preferirei un governo borghese con orientamento femminista che un governo di sinistra così”. Dall’altra parte, però, al governo, qualcosa è successo. Goran Parsson, impressionato dai primi sondaggi di Feministiskt initiative, ha dato un nuovo impulso alla battaglia per l’equilibrio stanziando il 30% di fondi in più per le associazioni femminili che lo studiano e lo promuovono. Ha inoltre proposto in Europa un osservatorio comunitario per le Pari opportunità. Siamo a posto viste le premesse sopra!
    La situazione svedese a noi sembra inimmaginabile. Alla Camera del lavoro di Stoccolma mostrano dati sulla presenza delle donne nella società produttiva per noi impensabili. La differenza fra la percentuale di lavoratori uomini e donne, nel caso di donne con un figlio è del 9,8% (Italia: 40,9%) e scende, nel caso di due figli, al 9,4% (Italia: 49.90%). Otto donne su dieci in Svezia hanno un impiego fuori casa: sono la metà della forza lavoro complessiva, il tasso di disoccupazione femminile è di un punto più basso di quello maschile. In Parlamento le elette sono il 45,3%, quasi la metà. In Italia l’11,5% per ora, con la nuova legge vedremo. Nove bambini su dieci fino a sei anni sono assistiti a tempo pieno dalla scuola materna pubblica; gli asili privati non esistono.
    Tutta un’altra cultura. In Italia, ultimamente, si ha l’impressione di tornare indietro, mettendo in dubbio perfino la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Quanto conta oggi la laicità effettiva dello Stato?

    "Mettendo in dubbio" non significa imporre...come il voler imporre agli uomini di stare a casa dal loro lavoro come le femmine vorrebbero fare in Svezia e in Europa o come il voler imporre tasse assurde ai neonati o voler imporre quali nomi le famiglie devono dare ai loro figli...sono i punti del vostro programma eh,femmine.
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

  8. #8
    semi god
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    LA MIA OPINIONE (la sua opinione della femmina)

    Si è parlato e si torna a parlare di quote rosa a seguito dei tentativi della ministro Prestigiacomo di introdurle efficacemente nel sistema elettorale che sperimenteremo la prossima primavera. Si sente forte il fiato sul collo che le tengono i colleghi, a partire da Giovanardi, che pur dichiarandosi dalla parte delle donne definisce questa norma incostituzionale. Certo è, di questi tempi, che ogni modifica alle regole elettorali sa tanto di attentissimo e diabolico calcolo per trattenere più seggi possibile da parte di chi detta il gioco. Questi uomini di governo che per restare ai loro posti tirano fuori mogli, figlie e sorelle una più emancipata dell’altra e sempre inorridita dall’“essere in quota”. Questo inno avvilente all’uguaglianza pura, starebbe allora a significare che i maschi del nostro Parlamento sono tutti modelli di politici che dalla gavetta son partiti guadagnandosi il seggio ambito a suon di ore passate a studiare, ad incontrare le persone, a farsi carico della realtà in continuo cambiamento, ad esprimere alte e ineccepibili scelte, leggi e manovre per il bene del nostro Paese. Molto spesso, invece, purtroppo le candidature sono frutto di scelte più funzionali ai giochi dei partiti o dei potenti, che non reali rappresentanze del popolo.
    Se ci fossero più donne in politica cambierebbero le regole del gioco? Oppure queste, forti di un sistema consolidato da molto tempo, cambierebbero le donne? Probabilmente la risposta a questa domanda crea una circolo vizioso di pensieri: se ci fossero più donne in politica sicuramente il modo di fare politica, a partire dai suoi tempi cambierebbero (perché il tempo non è denaro, il tempo è vita!), però bisognerebbe essere in tante e per esserlo dovrebbe cambiare il modo di fare politica e soprattutto i suoi tempi. Da qualche parte, però, questo circolo deve essere aggredito.

    Ecco qui la propaganda femminista!! che ovviamente non poteva mancare,propaganda e slogan in perfetto stile Goebbels,dove si dice e ridice la solita cosa che poi è una stupidata colossale,ma ripetuta di continuo finchè poi le teste vuote e gli schiai delle femmine degenerati non se la bevono innalzandola a verità della società delle masse,dato che questi poi sono la maggioranza purtroppo.

    A mio parere bisogna iniziare a lavorare dalla realtà, creare reti di informazione, partire dalla società civile, prevedere quote rosa come punto di partenza, essere lobby, gruppo di pressione nei riguardi delle istituzioni puntando principalmente sul miglioramento dei servizi (vedi scuola pubblica). Una maggiore consapevolezza, un tornare a parlare di questo da parte delle donne secondo me porterà il cambiamento, perché spesso non ci accorgiamo dei dati della realtà o non li leggiamo con attenzione. Bisognerebbe iniziare facendo capire alle istituzioni, a questo mondo così lontano dal nostro modo di sentire la società, che il femminile c’è, che sono necessari dei cambiamenti a livello di servizi, di tempo, di modo di concepire il nostro stile di vita. In fondo viviamo in una società democratica in cui il potere è legittimato nella misura in cui soddisfa i bisogni degli individui a cui si rivolge. Il legame si basa su un rapporto di reciprocità in relazione a cui gli individui cedono la loro forza e le loro necessità, legittimando un potere ordinante che, raccogliendo su di sé i poteri dei singoli, assicuri la soddisfazione dei loro bisogni e la pacifica convivenza. Da qui si deve partire. Se il potere politico non è più espressione degli interessi della maggioranza dell’elettorato, questo potere non è più legittimato. Ma restando in silenzio esso continuerà a fare i suoi giochi indisturbato. La svolta è disturbare, esserci nella società civile, parlare forte partendo dalle piccole cose. Con l’intelligenza della presenza riusciremo a produrre un cambiamento di mentalità! Per questi motivi sono favorevole alla previsione di quote rosa, ma come punto di partenza dai piani bassi del potere, per poi aumentare i numeri e salire ai piani alti. Aggredire il circolo da questo lato. In questo modo si produrrà quel cambio di mentalità e di cultura che potrà portare al cambio del sistema: partendo da una maggiore consapevolezza di genere.
    In fondo, poi, dare spazio alla differenza di genere credo sia il primo passo per aprire la porta a tutte le differenze e iniziare un percorso di cambiamento che porti a una società politica più attenta, più eterogenea e conseguentemente più pacifica.

    E con questo discorso finale si mostra tutta la faccia tosta delle femmine femministe,che si indorano la bocca di discorsi di parità e di rivendicazione di diritti,rivendicazioni inesistenti dato che oramai le femmine hanno raggiunto privilegi nella società che gli uomini non hanno...(vedasi gli svedesi uomini che nella mercè dell'assedio femminista ora si ritrovano sempre più disoccupati,e governati da femmine che creano e nutrono questo sitema.)
    Per poi creare slogan e programmi di governo come quelli sopra citati all'inizio di questo tema
    Attente fanciulle a continuare a dire che gli uomini pensano solo a una cosa perchè a forza di dirlo poi potreste anche convincerli.

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